Afghan breakdown – Svetlana Alexievitch

La guerra non ha una faccia di donna

Nel 1986 decisi che non avrei mai più scritto di guerra. Per molto tempo, una volta concluso il mio La guerra non ha una faccia di donna, non ero riuscita a reggere alla vista di un bambino che perde sangue dal naso. Immagino che ognuno di noi abbia una soglia che lo protegge dal dolore; la mia era stata superata.

Due furono gli avvenimenti che mi fecero cambiare idea.

Ero al volante della mia auto, diretta a un certo villaggio, e detti un passaggio a una studentessa. Era andata a fare compere a Minsk, e aveva con sé una sporta da cui sporgevano delle teste di pollo. In paese trovammo sua madre, in piedi in lacrime sul cancello del giardino. La ragazza corse verso di lei.

La madre aveva ricevuto una lettera dal figlio Andrey. La lettera veniva dall’Afghanistan. “Lo riporteranno indietro come hanno riportato Ivan, il figlio di Fyodorina”, disse, “e scaveranno una fossa per mettercelo dentro. ‘Mamma, non è fantastico! Sono un paracadutista’…”

E poi ci fu un altro incidente. Un ufficiale dell’esercito, la valigia stretta al fianco, aspettava seduto nella sala d’attesa semivuota della locale stazione degli autobus. Con lui c’era un ragazzo esile e con i capelli a spazzola che, servendosi di una forchetta da tavola, continuava a scavare dentro il vaso di una pianta di plastica. Due donne di campagna gli si sedettero accanto e gli domandarono chi fossero. L’ufficiale disse che stava scortando un soldato semplice che aveva perso la ragione. “Da quando siamo partiti da Kabul non ha mai smesso di scavare, con qualsiasi cosa gli venga a tiro, una forchetta, un bastone, una penna stilografica”. Il ragazzo alzò lo sguardo. Le sue pupille erano così dilatate che gli occhi ne sembravano invasi.

All’epoca si continuava a parlare e a scrivere del nostro dovere internazionalista, degli interessi dello stato, dei nostri confini meridionali. I censori si assicuravano che i resoconti di guerra non facessero menzione delle perdite che stavamo subendo. Che nelle capanne delle nostre zone rurali stessero arrivando le notifiche di morte e che le bare di zinco regolamentari andassero allineandosi in edifici prefabbricati non erano altro che voci. Non intendevo scrivere di nuovo di guerra, ma mi ci ritrovai in mezzo.

Nei tre anni successivi parlai con molte persone, a casa e in Afghanistan. Ogni confessione era come un ritratto. Non si tratta di documenti, ma di immagini. Stavo tentando di costruire una storia dei sentimenti, non della guerra in sé. Cosa pensano le persone? Cosa le rende felici? Quali sono le loro paure? Cosa resta impresso nella loro memoria?

La guerra in Afghanistan è durata il doppio della Seconda guerra mondiale, ma ne sappiamo solo quanto hanno voluto farci sapere. Non è più un segreto che ogni anno, per dieci anni, 100.000 soldati sovietici sono stati mandati a combattere in Afghanistan. Ufficialmente ne sono stati uccisi o feriti 50.000. Se volete, potete credere a questa cifra. Sappiamo tutti come funzionano le contabilità dalle nostre parti. Non abbiamo ancora finito di contare e seppellire tutti i morti della Seconda guerra mondiale.

Nelle pagine che seguono, non ho chiamato nessuno con il suo vero nome. C’è chi mi ha chiesto di rispettare il segreto della confessione, e altri che sento di non poter esporre a una caccia alle streghe. Siamo ancora così vicini alla guerra che nessuno ha dove nascondersi.

Una notte sono stata svegliata dallo squillo del telefono.

“Senti”, ha attaccato senza qualificarsi, “Ho letto la tua spazzatura. Se pubblichi anche solo un’altra parola…”

“Chi parla?”

“Uno dei ragazzi di cui stai scrivendo. Dio, come odio i pacifisti! Hai mai scalato una montagna in tenuta da marcia? Mai stata su un mezzo blindato per il trasporto dei soldati con una temperatura di settanta gradi? Col cazzo che ci sei stata. Vaffanculo! È roba nostra! Vaffanculo tu e tutto quello che ti riguarda”.

Gli ho chiesto di nuovo chi parlasse.

“Lascia perdere, hai capito! Il mio migliore amico – per me era come un fratello – me lo sono riportato indietro da un’incursione dentro a un sacco di plastica. Lo avevano scuoiato, gli avevano mozzato la testa, le braccia, le gambe, gli avevano tagliato l’uccello…. Lui ne avrebbe potuto scrivere, tu no. La verità era in quel sacco di plastica. Vaffanculo tu e tutti quelli come te!” E ha riattaccato; il suono nella cornetta come un’esplosione.

Poteva essere il più importante dei miei testimoni.

Un Soldato Semplice
Di Svetlana Alexievitch

Il solo addestramento che ricevemmo prima di fare giuramento fu che un paio di volte ci portarono al poligono di tiro. La prima volta ci fecero fare nove tiri al bersaglio a testa; la seconda ci fecero lanciare una granata.

Ci misero in fila sulla piazza e ci lessero gli ordini: “Andrete nella Repubblica democratica dell’Afghanistan a compiere il vostro dovere internazionalista. Chiunque non voglia andarci, faccia due passi avanti”. Tre ragazzi lo fecero. Il comandante dell’unità li ricacciò in riga con un calcio nelle reni. “Giusto per controllare il morale”. Ci dettero la razione per due giorni e una cintura di cuoio, ed eccoci in ballo. Nessuno ci disse una sola parola. Il volo sembrava non dovesse finire mai. Dal finestrino vedevo le montagne. Magnifico! Erano le prime montagne che vedevamo in vita nostra. Venivamo tutti dai dintorni di Pskov, dove ci sono solo terreni boscosi e radure. Atterrammo a Shin Dand. Ricordo la data: 19 dicembre 1980. Mi dettero un’occhiata. “Un metro e ottanta: compagnia di ricognizione. Sanno come impiegare ragazzi della tua taglia”.

Andammo a Herat a costruire una base di tiro. Scavavamo e trasportavamo pietre per le fondamenta. Ricoprii il tetto di tegole e feci qualche lavoro di falegnameria. Alcuni di noi, prima di andare in combattimento, non avevano mai sparato neanche un colpo. Avevamo fame tutto il tempo. In cucina c’erano due tini da cinquanta litri: uno per la zuppa, l’altro per il porridge di patate o orzo. Avevamo una scatoletta di sgombri ogni quattro soldati, e l’etichetta diceva, “Data di confezione, 1956; da consumare entro diciotto mesi”. In un anno e mezzo, la sola volta che non ho avuto fame è stata quando mi hanno ferito. Altrimenti passavi il tempo a pensare come procurarti qualcosa da mettere sotto i denti. La nostra voglia di frutta era così disperata che sgattaiolavamo negli orti degli afghani pur sapendo che rischiavamo di farci sparare addosso. Chiedevamo ai nostri genitori di infilare dell’acido citrico nelle lettere che ci spedivano, in modo da scioglierlo nell’acqua e poterlo bere. Era così acido che ci bruciava lo stomaco.

Prima della nostra prima battaglia suonarono l’inno nazionale sovietico. Il comandante politico aggiunto ci fece un discorso. Ricordo che ci disse che avevamo battuto gli americani soltanto di un’ora, e che al nostro ritorno a casa saremmo stati accolti da eroi.

Non avevo idea di come si facesse a uccidere. Prima di entrare nell’esercito correvo in bicicletta. Non avevo mai assistito neanche a una rissa con un vero coltello, ed eccomi lì, in viaggio sul retro di un mezzo blindato che trasportava le truppe. Non mi ero mai sentito come in quel momento: potente, forte e sicuro. Le alture all’improvviso sembravano basse, i canali d’irrigazione piccoli, gli alberi scarsi e radi. Dopo una mezz’ora ero così rilassato che mi sentivo come un turista che si guarda intorno in un paese straniero.

Superammo un canale passando sopra un ponticello d’argilla: ricordo che mi stupii che potesse reggere il peso di tante tonnellate di metallo. All’improvviso ci fu un’esplosione e l’APC venne centrato in pieno da un lanciagranate. Stavano già portando via degli uomini che conoscevo, uomini che sembravano animali di pezza con le braccia penzoloni. Non riuscivo a capacitarmi di questo mondo nuovo e spaventoso. Sparammo tutti i nostri mortai nella direzione da cui era venuto il colpo, numerosi mortai contro ogni podere. Dopo il combattimento ci servimmo di cucchiai per raschiare via la carne dei nostri stessi uomini dalla superficie metallica del nostro blindato. Non avevamo nessuna piastrina di riconoscimento in caso di incidente mortale; probabilmente volevano evitare che cadessero nelle mani sbagliate. Era come nella canzone: Non abitiamo in una casa su una strada, Il nostro indirizzo è l’URSS. Così ci limitammo a coprire i corpi con un’incerata, una ‘fossa comune’. La guerra non era neppure stata dichiarata; stavamo combattendo una guerra che non esisteva.

Un addetto stampa dell’Esercito
Di Svetlana Alexievitch

Comincerò dal punto in cui tutto è crollato.

Stavamo avanzando verso Jalalabad quando, in piedi sul bordo della strada, trovammo una bimbetta di circa sette anni. Aveva un braccio schiacciato, attaccato alla spalla solo per un filo, come se si trattasse di una bambola di pezza sbrindellata. Aveva occhi neri come olive e li teneva fissi su di me. Saltai giù dal veicolo per prenderla tra le braccia e portarla dalle nostre infermiere, ma lei scattò indietro terrorizzata gridando come un animaletto. Sempre gridando corse via, il braccino penzoloni che sembrava dovesse staccarlesi del tutto dal corpo. Le corsi dietro urlando, la presi e me la strinsi al petto, accarezzandola. Mordeva e graffiava, tutta tremante, come se l’avesse catturata un animale selvatico. Fu solo allora che il pensiero mi colpì come un fulmine: non credeva che la volessi aiutare; pensava che la volessi uccidere. Il modo in cui era corsa via, il suo modo di rabbrividire, la paura che aveva di me sono cose che non dimenticherò mai.

Ero partito per l’Afghanistan con gli occhi splendenti di idealismo. Mi era stato detto che gli afghani avevano bisogno di me, e io ci avevo creduto. Finché sono rimasto in Afghanistan non ho mai sognato la guerra, ma adesso ogni notte sogno di rincorrere quella bimbetta dagli occhi come olive, e il suo braccino penzola come se si dovesse staccare ad ogni istante.

Laggiù il sentimento che provavamo nei confronti del nostro paese era diverso. ‘L’Unione’, la chiamavamo. Sembrava che dietro di noi ci fosse qualcosa di grande e bello, qualcosa che avrebbe sempre preso le nostre parti. Ricordo, però, che una sera dopo un combattimento – avevamo subito delle perdite, c’erano morti e feriti gravi – accendemmo la televisione per distrarci, per vedere cosa succedeva nell’Unione. In Siberia avevano costruito una nuova, gigantesca fabbrica; la regina d’Inghilterra aveva organizzato un banchetto in onore di qualche VIP; dei giovani di Voronezh avevano stuprato due studentesse per il gusto di farlo; in Africa era stato ucciso un principe. Il paese badava ai fatti suoi e noi ci sentimmo del tutto inutili. Qualcuno spense la televisione, prima che lo facessimo a pezzi a pistolettate.

Era una guerra di madri. Ci erano dentro fino al collo. La popolazione nel suo complesso non soffriva, non sapeva cosa stava succedendo. Le avevano detto che stavamo combattendo contro dei banditi. In nove anni un esercito regolare di 100.000 uomini non riusciva a sconfiggere un pugno di banditi straccioni? Un esercito dotato della tecnologia più moderna. (Dio aiuti chiunque si sia trovato in mezzo a un bombardamento d’artiglieria con i nostri lanciamissili Hail o Hurricane). I ‘banditi’ avevano soltanto vecchie mitragliatrici che avevamo visto nei film, gli Stingers e le mitragliatrici giapponesi sono venute dopo. Quelli che facevamo prigionieri erano uomini emaciati con mani grandi da contadini. Non erano banditi. Erano il popolo dell’Afghanistan.

(traduzione di Maria Nadotti)

Una Risposta

  1. Lupardo da Vinci

    Eccezionale testimonianza.

    settembre 27, 2007 alle 2:57 pm

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