Leopard 2A6M with Slat Armour
Gennaio 20, 2008 at 1:44 am | In afghanistan, albion-of-taleban, canada, foto, leopard 2, tanks | No CommentsGli esemplari raffigurati nelle foto sottostanti appartengono alle forze armate canadesi dislocate in Afghanistan.
Ummm… pensavo… ormai nessun corazzato sembra essere immune alle famigerate “graticole”. Chissa’ se le Slat si possono orientare verso l’alto. Con le temperature che si sviluppano all’esterno dei carri e’ possibile cuocere ottime bistecche senza carbonella

Scherzi a parte, adoro il Leopard 2. Questo e’ il carro che avrei scelto per equipaggiare le nostre Forze Corazzate. I krauts sanno costruire tanks, questo e’ sicuro.
Photo Credits: Canadian Forces
L’arrivo a Kandahar, Afghanistan



Leo 2 caricato a bordo di un cargo Antonov AN-124
[Ads] Valle degli Orti, Afghanistan
Gennaio 17, 2008 at 3:25 pm | In afghanistan, albion-of-oppio, drogati di merda, talebani, valle degli orti, war | 4 Comments
Era tutta una copertura per coltivare e trafficare oppio! Probabilmente quel vecchio era un operativo della CIA e l’allegra famigliola gestiva tutta la baracca.
Ecco perche’ chi consumava quel minestrone soffriva di strane allucinazioni.
Grazie Grande Puffo!
G.I. Jill
Novembre 30, 2007 at 11:47 pm | In afghanistan, foto, g.i. jill, jill stevens, medevac | 3 CommentsSergeant Jill Stevens, Combat Medic del 1st Battalion, 211th Aviation Regiment, Utah Army National Guard. Ex infermiera, veterana dell’Afghanistan, nonche’ Miss Utah 2007. Niente male come curriculum
Photo credits: US Army e Jill Stevens










What a cool girl!

In sella a Sergio (il vecchio e’ invece Pomero). Non vedo la tretasti pero’.

W le Tomboy!
L’album fotografico di Jill: http://www.flickr.com/photos/gijill/
Se volete saperne di piu’ su questo “Angel of Mercy”, scaricate l’ultimo numero di Soldiers (PDF, 9mb). Qui invece trovate il suo BLOG ufficiale.
[Video] Soviet Afghan War
Settembre 27, 2007 at 3:20 pm | In afghanistan, soviet afghan war, video | 1 Comment
Afghan breakdown - Svetlana Alexievitch
Settembre 27, 2007 at 10:21 am | In Svetlana Alexievitch, afghanistan | 1 CommentLa guerra non ha una faccia di donna
Nel 1986 decisi che non avrei mai più scritto di guerra. Per molto tempo, una volta concluso il mio La guerra non ha una faccia di donna, non ero riuscita a reggere alla vista di un bambino che perde sangue dal naso. Immagino che ognuno di noi abbia una soglia che lo protegge dal dolore; la mia era stata superata.
Due furono gli avvenimenti che mi fecero cambiare idea.
Ero al volante della mia auto, diretta a un certo villaggio, e detti un passaggio a una studentessa. Era andata a fare compere a Minsk, e aveva con sé una sporta da cui sporgevano delle teste di pollo. In paese trovammo sua madre, in piedi in lacrime sul cancello del giardino. La ragazza corse verso di lei.
La madre aveva ricevuto una lettera dal figlio Andrey. La lettera veniva dall’Afghanistan. “Lo riporteranno indietro come hanno riportato Ivan, il figlio di Fyodorina”, disse, “e scaveranno una fossa per mettercelo dentro. ‘Mamma, non è fantastico! Sono un paracadutista’…”
E poi ci fu un altro incidente. Un ufficiale dell’esercito, la valigia stretta al fianco, aspettava seduto nella sala d’attesa semivuota della locale stazione degli autobus. Con lui c’era un ragazzo esile e con i capelli a spazzola che, servendosi di una forchetta da tavola, continuava a scavare dentro il vaso di una pianta di plastica. Due donne di campagna gli si sedettero accanto e gli domandarono chi fossero. L’ufficiale disse che stava scortando un soldato semplice che aveva perso la ragione. “Da quando siamo partiti da Kabul non ha mai smesso di scavare, con qualsiasi cosa gli venga a tiro, una forchetta, un bastone, una penna stilografica”. Il ragazzo alzò lo sguardo. Le sue pupille erano così dilatate che gli occhi ne sembravano invasi.
All’epoca si continuava a parlare e a scrivere del nostro dovere internazionalista, degli interessi dello stato, dei nostri confini meridionali. I censori si assicuravano che i resoconti di guerra non facessero menzione delle perdite che stavamo subendo. Che nelle capanne delle nostre zone rurali stessero arrivando le notifiche di morte e che le bare di zinco regolamentari andassero allineandosi in edifici prefabbricati non erano altro che voci. Non intendevo scrivere di nuovo di guerra, ma mi ci ritrovai in mezzo.
Nei tre anni successivi parlai con molte persone, a casa e in Afghanistan. Ogni confessione era come un ritratto. Non si tratta di documenti, ma di immagini. Stavo tentando di costruire una storia dei sentimenti, non della guerra in sé. Cosa pensano le persone? Cosa le rende felici? Quali sono le loro paure? Cosa resta impresso nella loro memoria?
La guerra in Afghanistan è durata il doppio della Seconda guerra mondiale, ma ne sappiamo solo quanto hanno voluto farci sapere. Non è più un segreto che ogni anno, per dieci anni, 100.000 soldati sovietici sono stati mandati a combattere in Afghanistan. Ufficialmente ne sono stati uccisi o feriti 50.000. Se volete, potete credere a questa cifra. Sappiamo tutti come funzionano le contabilità dalle nostre parti. Non abbiamo ancora finito di contare e seppellire tutti i morti della Seconda guerra mondiale.
Nelle pagine che seguono, non ho chiamato nessuno con il suo vero nome. C’è chi mi ha chiesto di rispettare il segreto della confessione, e altri che sento di non poter esporre a una caccia alle streghe. Siamo ancora così vicini alla guerra che nessuno ha dove nascondersi.
Una notte sono stata svegliata dallo squillo del telefono.
“Senti”, ha attaccato senza qualificarsi, “Ho letto la tua spazzatura. Se pubblichi anche solo un’altra parola…”
“Chi parla?”
“Uno dei ragazzi di cui stai scrivendo. Dio, come odio i pacifisti! Hai mai scalato una montagna in tenuta da marcia? Mai stata su un mezzo blindato per il trasporto dei soldati con una temperatura di settanta gradi? Col cazzo che ci sei stata. Vaffanculo! È roba nostra! Vaffanculo tu e tutto quello che ti riguarda”.
Gli ho chiesto di nuovo chi parlasse.
“Lascia perdere, hai capito! Il mio migliore amico – per me era come un fratello – me lo sono riportato indietro da un’incursione dentro a un sacco di plastica. Lo avevano scuoiato, gli avevano mozzato la testa, le braccia, le gambe, gli avevano tagliato l’uccello…. Lui ne avrebbe potuto scrivere, tu no. La verità era in quel sacco di plastica. Vaffanculo tu e tutti quelli come te!” E ha riattaccato; il suono nella cornetta come un’esplosione.
Poteva essere il più importante dei miei testimoni.
Un Soldato Semplice
Di Svetlana Alexievitch
Il solo addestramento che ricevemmo prima di fare giuramento fu che un paio di volte ci portarono al poligono di tiro. La prima volta ci fecero fare nove tiri al bersaglio a testa; la seconda ci fecero lanciare una granata.
Ci misero in fila sulla piazza e ci lessero gli ordini: “Andrete nella Repubblica democratica dell’Afghanistan a compiere il vostro dovere internazionalista. Chiunque non voglia andarci, faccia due passi avanti”. Tre ragazzi lo fecero. Il comandante dell’unità li ricacciò in riga con un calcio nelle reni. “Giusto per controllare il morale”. Ci dettero la razione per due giorni e una cintura di cuoio, ed eccoci in ballo. Nessuno ci disse una sola parola. Il volo sembrava non dovesse finire mai. Dal finestrino vedevo le montagne. Magnifico! Erano le prime montagne che vedevamo in vita nostra. Venivamo tutti dai dintorni di Pskov, dove ci sono solo terreni boscosi e radure. Atterrammo a Shin Dand. Ricordo la data: 19 dicembre 1980. Mi dettero un’occhiata. “Un metro e ottanta: compagnia di ricognizione. Sanno come impiegare ragazzi della tua taglia”.
Andammo a Herat a costruire una base di tiro. Scavavamo e trasportavamo pietre per le fondamenta. Ricoprii il tetto di tegole e feci qualche lavoro di falegnameria. Alcuni di noi, prima di andare in combattimento, non avevano mai sparato neanche un colpo. Avevamo fame tutto il tempo. In cucina c’erano due tini da cinquanta litri: uno per la zuppa, l’altro per il porridge di patate o orzo. Avevamo una scatoletta di sgombri ogni quattro soldati, e l’etichetta diceva, “Data di confezione, 1956; da consumare entro diciotto mesi”. In un anno e mezzo, la sola volta che non ho avuto fame è stata quando mi hanno ferito. Altrimenti passavi il tempo a pensare come procurarti qualcosa da mettere sotto i denti. La nostra voglia di frutta era così disperata che sgattaiolavamo negli orti degli afghani pur sapendo che rischiavamo di farci sparare addosso. Chiedevamo ai nostri genitori di infilare dell’acido citrico nelle lettere che ci spedivano, in modo da scioglierlo nell’acqua e poterlo bere. Era così acido che ci bruciava lo stomaco.
Prima della nostra prima battaglia suonarono l’inno nazionale sovietico. Il comandante politico aggiunto ci fece un discorso. Ricordo che ci disse che avevamo battuto gli americani soltanto di un’ora, e che al nostro ritorno a casa saremmo stati accolti da eroi.
Non avevo idea di come si facesse a uccidere. Prima di entrare nell’esercito correvo in bicicletta. Non avevo mai assistito neanche a una rissa con un vero coltello, ed eccomi lì, in viaggio sul retro di un mezzo blindato che trasportava le truppe. Non mi ero mai sentito come in quel momento: potente, forte e sicuro. Le alture all’improvviso sembravano basse, i canali d’irrigazione piccoli, gli alberi scarsi e radi. Dopo una mezz’ora ero così rilassato che mi sentivo come un turista che si guarda intorno in un paese straniero.
Superammo un canale passando sopra un ponticello d’argilla: ricordo che mi stupii che potesse reggere il peso di tante tonnellate di metallo. All’improvviso ci fu un’esplosione e l’APC venne centrato in pieno da un lanciagranate. Stavano già portando via degli uomini che conoscevo, uomini che sembravano animali di pezza con le braccia penzoloni. Non riuscivo a capacitarmi di questo mondo nuovo e spaventoso. Sparammo tutti i nostri mortai nella direzione da cui era venuto il colpo, numerosi mortai contro ogni podere. Dopo il combattimento ci servimmo di cucchiai per raschiare via la carne dei nostri stessi uomini dalla superficie metallica del nostro blindato. Non avevamo nessuna piastrina di riconoscimento in caso di incidente mortale; probabilmente volevano evitare che cadessero nelle mani sbagliate. Era come nella canzone: Non abitiamo in una casa su una strada, Il nostro indirizzo è l’URSS. Così ci limitammo a coprire i corpi con un’incerata, una ‘fossa comune’. La guerra non era neppure stata dichiarata; stavamo combattendo una guerra che non esisteva.
Un addetto stampa dell’Esercito
Di Svetlana Alexievitch
Comincerò dal punto in cui tutto è crollato.
Stavamo avanzando verso Jalalabad quando, in piedi sul bordo della strada, trovammo una bimbetta di circa sette anni. Aveva un braccio schiacciato, attaccato alla spalla solo per un filo, come se si trattasse di una bambola di pezza sbrindellata. Aveva occhi neri come olive e li teneva fissi su di me. Saltai giù dal veicolo per prenderla tra le braccia e portarla dalle nostre infermiere, ma lei scattò indietro terrorizzata gridando come un animaletto. Sempre gridando corse via, il braccino penzoloni che sembrava dovesse staccarlesi del tutto dal corpo. Le corsi dietro urlando, la presi e me la strinsi al petto, accarezzandola. Mordeva e graffiava, tutta tremante, come se l’avesse catturata un animale selvatico. Fu solo allora che il pensiero mi colpì come un fulmine: non credeva che la volessi aiutare; pensava che la volessi uccidere. Il modo in cui era corsa via, il suo modo di rabbrividire, la paura che aveva di me sono cose che non dimenticherò mai.
Ero partito per l’Afghanistan con gli occhi splendenti di idealismo. Mi era stato detto che gli afghani avevano bisogno di me, e io ci avevo creduto. Finché sono rimasto in Afghanistan non ho mai sognato la guerra, ma adesso ogni notte sogno di rincorrere quella bimbetta dagli occhi come olive, e il suo braccino penzola come se si dovesse staccare ad ogni istante.
Laggiù il sentimento che provavamo nei confronti del nostro paese era diverso. ‘L’Unione’, la chiamavamo. Sembrava che dietro di noi ci fosse qualcosa di grande e bello, qualcosa che avrebbe sempre preso le nostre parti. Ricordo, però, che una sera dopo un combattimento – avevamo subito delle perdite, c’erano morti e feriti gravi – accendemmo la televisione per distrarci, per vedere cosa succedeva nell’Unione. In Siberia avevano costruito una nuova, gigantesca fabbrica; la regina d’Inghilterra aveva organizzato un banchetto in onore di qualche VIP; dei giovani di Voronezh avevano stuprato due studentesse per il gusto di farlo; in Africa era stato ucciso un principe. Il paese badava ai fatti suoi e noi ci sentimmo del tutto inutili. Qualcuno spense la televisione, prima che lo facessimo a pezzi a pistolettate.
Era una guerra di madri. Ci erano dentro fino al collo. La popolazione nel suo complesso non soffriva, non sapeva cosa stava succedendo. Le avevano detto che stavamo combattendo contro dei banditi. In nove anni un esercito regolare di 100.000 uomini non riusciva a sconfiggere un pugno di banditi straccioni? Un esercito dotato della tecnologia più moderna. (Dio aiuti chiunque si sia trovato in mezzo a un bombardamento d’artiglieria con i nostri lanciamissili Hail o Hurricane). I ‘banditi’ avevano soltanto vecchie mitragliatrici che avevamo visto nei film, gli Stingers e le mitragliatrici giapponesi sono venute dopo. Quelli che facevamo prigionieri erano uomini emaciati con mani grandi da contadini. Non erano banditi. Erano il popolo dell’Afghanistan.
(traduzione di Maria Nadotti)
Mangusta in azione!
Settembre 24, 2007 at 12:27 am | In afghanistan, elicotteri, mangusta | No CommentsInterrogazione n. 5-01477 Cossiga: Sull’impiego in combattimento nel territorio afgano degli elicotteri A 129.
TESTO DELLA RISPOSTA
L’atto in discussione affronta essenzialmente la vicenda dell’avvenuto impiego, durante il periodo di chiusura della Camera dei Deputati, degli elicotteri A129 inviati in Afghanistan a rafforzamento del Contingente italiano.
L’impiego dei suddetti elicotteri cui fa riferimento l’Onorevole interrogante è, verosimilmente, riconducibile a due diversi episodi verificatisi, rispettivamente, il 10 ed il 22 agosto 2007.
Il primo evento è accaduto nella provincia di Baghdis, nell’area di responsabilità del PRT spagnolo, dove un convoglio misto di mezzi dell’Esercito Afgano (ANA) e ISAF (militari spagnoli), al rientro da un’attività CIMIC, veniva fatto segno di azioni di fuoco da parte di un gruppo di elementi ostili, provocando il ferimento di due militari afghani, il grave danneggiamento di un blindato spagnolo e la presa di tre veicoli del tipo pick-up dell’Esercito Afgano.
Veniva immediatamente inoltrata la richiesta, da parte dei militari spagnoli di un intervento aereo al Comando di ISAF e di elicotteri al Comando italiano della Regione Ovest di Herat.
Sul luogo veniva ridislocato 1 UAV PREDATOR ed inviati 2 elicotteri spagnoli per il trasporto dei feriti (MEDEVAC), 2 A-129 MANGUSTA e 2 CH 47.
Gli elicotteri MANGUSTA A-129, giunti sul posto, svolgevano una azione di fuoco d’intimidazione verso la parte ostile che si defilava rapidamente, abbandonando, nel contempo, i mezzi che venivano neutralizzati.
Nello scontro si registravano otto caduti ed un ferito tra gli aggressori.
Il secondo evento, quello del 22 agosto, ha visto una pattuglia di elicotteri MANGUSTA A-129 del Contingente nazionale in Herat, che è stata impiegata nel distretto di Bala Boluk - provincia di Farah - in un’attività a supporto di un reparto che si trovava in difficoltà a seguito di attacco ed in una situazione con elevata possibilità di reiterazione d’attacco da parte di elementi ostili.
La pattuglia giunta in zona d’operazioni, veniva autorizzata dal Comandante del Contingente ad effettuare una breve azione di fuoco d’intimidazione verso le postazioni delle forze ostili.
Non avendo ricevuto alcun fuoco di risposta, l’area veniva immediatamente dichiarata «non ostile» ed i mezzi potevano portarsi in zona sicura.
Entrambe le azioni appaiono essere connotate da un uso proporzionale della forza, nel rispetto delle Regole d’Ingaggio (ROE) in vigore.
In ordine all’«efficacia dei mezzi schierati», si precisa che riguardo al tema della sicurezza e della protezione del Contingente nazionale in Afghanistan, il Governo, nella piena consapevolezza dei rischi e dei pericoli connessi alla missione in quel Paese, non ha mai trascurato la necessità di dotare i nostri militari di equipaggiamenti, mezzi e materiali adeguati a fronteggiare le minacce e i pericoli legati all’impegno, rinviando le valutazioni sugli stessi agli organi tecnico-operativi.
A questo proposito, infatti, il Governo, in relazione alle nuove esigenze rappresentate dallo Stato Maggiore della Difesa, ha da tempo adottato tutte le iniziative per fornire ai nostri militari gli equipaggiamenti aggiuntivi necessari per ampliare le capacità di muoversi e operare in sicurezza, grazie ad una combinazione di elevata velocità di reazione, elevata mobilità, elevata protezione, ampia disponibilità di sensori di sorveglianza ed identificazione, anche a grande distanza.
Iniziative che il Ministro della Difesa, dopo aver verificato in Teatro le nuove esigenze, ha sottoposto all’attenzione del Parlamento, ottenendone il conforto, in occasione della comunicazione alle Commissioni riunite e congiunte degli Esteri e della Difesa di Camera e Senato il 15 maggio 2007.
In ultimo, per quanto concerne le ROE, si fa notare che l’eventuale uso della forza da parte dei nostri militari avviene unicamente nel pieno rispetto dei criteri di necessità e proporzionalità dell’azione, conformemente ai principi del diritto internazionale ed alle norme ed usi sui conflitti armati, nonché alle leggi e regolamenti nazionali.
In particolare, le regole d’ingaggio, la cui applicazione, nel tempo e in funzione del contesto operativo, risale alla discrezionalità tecnico-operativa della catena di comando che è responsabile dell’assolvimento della missione, devono assicurare sia l’attuazione delle misure più efficaci, ai fini della tutela e della sicurezza del nostro contingente, sia le condizioni per l’adempimento dei compiti ed il conseguimento degli obiettivi assegnati alla forza.
–
Nota: chi era quel COGLIONE che voleva levare il gatling dal Mangusta? …
Morte all’America: il video di Bin Laden
Settembre 8, 2007 at 7:29 am | In afghanistan, bin laden, ramadan, video | 8 Comments
Buona giornata a lei signore!
Hai capito gli olandesini in Afghanistan…
Agosto 30, 2007 at 6:43 pm | In afghanistan, olanda | No CommentsScandalo!
Aprile 1, 2007 at 9:49 pm | In afghanistan, apache, elicotteri, guerra, mangusta, olanda, spena, war | 1 CommentL’Olanda, la civile e liberale Olanda, ha sei, dico SEI elicotteri d’attacco AH-64 Apache in Afghanistan! E prima li aveva inviati anche in Iraq, Djibouti e Bosnia! Yeah, IFOR/SFOR! Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano Spena e soci, ammesso che ne siano al corrente.
Di che parlo? Ma di questa recente uscita del signor Russo Spena:
“Al ministro Parisi diciamo chiaramente che avvertiamo il governo: non cerchi di ciurlare nel manico, se accedera’ alle richieste dei militari di inviare in Afghanistan gli elicotteri Mangusta, che sono senza dubbio armi offensive e non di difesa, noi diremo seccamente no, nel rispetto del decreto e degli ordini del giorno che abbiamo approvato”.
Tralasciando i patetici distinguo fra armi “d’attacco” e da “difesa”, stavo pensando, ma non sono da poco stati spesi fiori di quattrini per aggiornare i Mangusta? Per renderli meglio idonei ad operare negli scenari attuali? Probabilmente questi signori preferiscono lasciarli a prendere ruggine a Miramare di Rimini.
I Mangusta non sono nuovi alle operazioni all’estero, li abbiamo visti recentemente in Albania, Macedonia, Kosovo e Iraq, ma il loro debutto avvenne durante la missione UNOSOM Ibis in Somalia. Sissignori, durante un’operazione di “pace”.
Checkpoint Pasta? Do you remember? Ok, vi rinfresco la memoria con questo estratto:
“Un gruppo di somali, intanto, riesce ad impossessarsi di un VM. Una decina, forse più, salgono a bordo del gippone, esultano, fuggono via con il loro bottino. Vengono immediatamente individuati da un elicottero Mangusta; il puntatore li inquadra e chiede l’autorizzazione a sparare. “Negativo” Rispondono alla radio dal Comando. Le imprecazioni riecheggiano nell’interfono, adesso il gippone sparisce nel dedalo di viuzze del quartiere. Ma il pilota dell’elicottero non ci sta, non molla la preda. Vola radente sfiorando i tetti delle case, sapendo che le armi leggere dei somali possono poco contro la blindatura del velivolo. Poco dopo riavvista il mezzo e l’A-129 s’inclina, inquadra il bersaglio, chiede di nuovo l’autorizzazione al fuoco. Questa volta I’ “Okay” arriva subito. Non tanto però da anticipare il missile TOW che ha già colpito il bersaglio, distruggendolo con tutti gli occupanti.”
Era il 2 Luglio 1993.
P.S: il VM catturato era armato di calibro .50
P.S.2: in una situazione analoga il pilota oggi avrebbe usato la 20mm di bordo, purtroppo all’epoca il Mangusta ne era privo (indovinate un po’ perche’)
Ritornando al discorso iniziale, quando un governo proroga una missione all’estero, deve fare quanto in suo potere per fornire agli uomini i mezzi e gli equipaggiamenti necessari, affinche’ essi possano espletare i loro compiti nel migliore dei modi (poi ci sarebbe il discorso delle RoE, ma questa e’ un’altra storia). In conclusione, voler negare una manciata di elicotteri per ipocrite questioni etico/politiche e’ da farsa, completa farsa. Il guaio e’ che qualcuno proprio non ci arriva.
Riguardo a Spena, dovrebbe fare una visitina a questo sito e schiarirsi le idee.

Un Apache olandese ritratto a Kandahar nel 2006 (Source: NATO)

Il Mangusta della discordia.
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